Capire il problema

Foto: Funai

“Mai stata così demoralizzata la giustizia come adesso”.
Damiano cacico Paridzané di Marãiwatsédé.

In un’udienza alla Camera dei Rappresentanti, il Segretario Nazionale dell’Articolazione Sociale del governo Dilma, Paulo Maldos ha riconosciuto che non é piú possibile ritardare una soluzione delle ingiustizie che colpiscono la gente Xavante Marãaiwatsédé per 46 anni. Capisca per quale motivo la rimozione degli invasorii della terra indigena può essere più tesa rispetto a Raposa Serra do Sol

Nel 1966, i Xavante che vivevano in Marãaiwatsédé furono tolti dalla loro terra con la forza dal governo militare brasiliano che li ha portati alla missione Salesiana di San Marcos, lontana circa 400 km. Lì, un’epidemia di morbillo ha decimato un terzo del gruppo in sole due settimane. Al momento, l’intenzione del governo militare era quello di liberare lo spazio per consentire l’avanzamento dei fronti di occupazione del medio ovest e dell’Amazzonia.

Nel 2004 gli indigeni sono riusciti a riprendere solo una piccola porzione del suo territorio, dopo 10 mesi accampati sul ciglio della strada. Quando si stabilirono nella fattoria Karu, all’interno del territorio indigena approvato nel 1998, hanno incontrato una zona crudelmente distrutta. La deforestazione distrugge l’85% di Maraiwãtsédé, che divenne consciuta come la Terra Indigena piú devastata dell’Amazzonia Brasiliana.

Il movimento che ha distrutto gran parte delle risorce naturali di Marãiwatsédé, dando luogo a vasti campi di soia e pascoli per i bovini, è stato attentamente orchestrato dai politici della regione Araguaia. Ancora giugno 1992, al tempo stesso in cui l’Agip e il governo brasiliano hanno promesso di restituire la terra al popolo Xavante, i funzionari della società italiana, consiglieri comunali (vereadores), sindaci (prefeitos) e membri del governo del Mato Grosso hanno chiamato la popolazione locale ad occupare l’area ed impedire il ritorno dei nativi.

Oggi, anche con il territorio riconosciuto, delimitato e ratificato dal 1998 e vincendo le battaglie legali per la disoccupazione del loro territorio, e per l’allontanamento dei politici che favorirono l’invasione delle terre indigene, continuano le minacce fisiche, culturali e territoriali ai Xavante. Nessun invasore è stato tolto dal governo, anche dopo la sentenza nel mese di ottobre 2010 dal Tribunale Regionale Federale della Regione 1ª Regione in Brasilia, riconoscendo che il territorio è stato invaso in malafede, che gli indigeni hanno il diritto ai 165.000 ettari approvati e che gli occupanti non possono pretendere risarcimento.

“Mai stato così demoralizzata la giustizia come ora,” si lamentò il cacico Damian Paridzané di Marãiwatsédé.

Come si poteva prevedere, i politici e gli invasori hanno fatto appello contro la sentenza. Presto, nel 2011, il Governatore Silval Barbosa ha firmato la Legge nº 9.564, dal Presidente dell’Assemblea Legislativa, Jose Riva e del Deputato Adalto de Freitas, la quale fu presentato alla popolazione come una soluzione pacifica del conflitto in Marãaiwatsédé. Dal momento che la guerra nel tribunale era perduta, sono state messe in azione le armi politiche per rendere impossibile la liberazione della terra indigena. La legge dello Stato autorizzava lo scambio di aree del “Parque Nacional do Araguaia” (200.000 ettari) con l’Unione, in cambio della terra di Marãiwatsédé, in violazione, tra le altre disposizioni, dell’articolo 231 della Costituzione Federale, che dice che “le terre alle quali si riferisce questo articolo sono inalienabili e non disponibili, ed i diritti su di loro, imprescrittibili “.

Tre giorni dopo la pubblicazione della presente legge, consapevole della sua incostituzionalità, e della manifestazione del FUNAI, che ha pubblicato una confutazione alla misura del governo del Mato Grosso e senza alcuna indicazione che gli indigeni di Marãiwatsédé avessero voluto rinunciare alla lotta per il loro territorio dopo più di 45 anni, il giudice federale Fagundes de Deus ha accolto la richiesta di sospensione dei procedimenti giudiziari che avrebbero determinato il ritiro degli invasori.

Il giudice ha dichiarato: “in vista della possibilità di un accordo a fronte del disegno di legge 215/2011, approvato dalla legislatura dello Stato del Mato Grosso e sanzionata dal Governatore dello Stato de Mato Grosso, con la quale autorizza lo scambio della zona contesa per area appropriata all’interno del Parco Nazionale del Araguaia / MT, per trasformarla in Reserva Indigena Marãwaitsédé, concedo la domanda di sospensione del procedimento ”

Questo atteggiamento è stato un nuovo colpo contro gli indigeni. “Per quanti anni abbiamo avuto pazienza? La Giustizia si è ormai pronunciata. L’ avvocato degli invasori ha presentato un ricorso contro la loro ritirata. Siamo in pace, rispettando l’agenzia federale in questo periodo, sperando la dichiarazione della Giustizia. I grandi politici stanno seminando idee sbagliate nella mente dei piccoli, affinché essi si mettano d’accordo per negoziare lo scambio. Noi non accettiamo questa legge “, ha detto il cacico Damiano Paridzané.

Con il sostegno dello stato di MT, dei politici pressionano per la creazione di una città nel cuore di Marãiwatsédé dove ora c’è un villaggio noto come Posto da Mata, aperto dagli aggressori, con hotel, scuole, negozi, stazioni di benzina e persino una unità o della polizia militare.

Ancora oggi, l’ostilità dei vicini agricoltori, sindaci e politici della regione fa con cui gli indigeni subiscano costanti minacce di morte. Per questo motivo, i Xavante sono tenute insieme in un unico villaggio con 800 persone, di cui 300 sono bambini, inevitabilmente, esercitando pressione sulle scarse risorse forestali rimanenti nel suo territorio dopo decenni di intensa devastazione.

Foto: Funai

Foto: Funai

Nel ottobre 2011, Greenpeace ha denunciato il coinvolgimento del più grande frigorifero del mondo, JBS – che aveva firmato un termine di adeguamento di condotta presso i Procuratori Federali (Ministério Público) – il quale acquista bestiame allevato illegalmente nell’ambito del Marãaiwatsédé. Gli indigeni stessi denunciano il dumping dei pesticidi nei pressi del villaggio, danneggiando la salute della comunità, e la continuità delle vendite dei lotti e delle aziende agricole all’interno del territorio indigeno. Eppure, nessuna energica azione della Giustizia o del Boverno è stata sufficiente a garantire l’accesso al resto degli indigeni della loro terra – della quale possiede oggigiorno meno del 10%.

“Attendiamo la decisione della Corte di Gistizia in questa lunga lotta per espellere gli invasori, ma siamo disposti a morire per la nostra terra. Siamo sicuri che quest’anno verrà il grande giorno “, dice l’anziano Tsipé Francisco.

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